Dal passato

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Il poeta Geri di Gavinana/classi seconda, terza e quarta

Abbattiamo “il muro”, conoscendo i bambini di un’altra scuola con l’aiuto di un poeta che avvicina due comunità

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 Siamo stati contattati dalla scuola Primaria “Edmondo de Amicis” di Fornaci di Barga per parlare di una persona, un poeta, che unisce le nostre due comunità, il Geri di Gavinana!

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        https://www.facebook.com/associazioneachilligavinana/?ref=ts&fref=ts

copia il link per maggiori informazioni sull’evento

 

Gli insegnanti delle due scuole, dopo essersi riuniti per programmare insieme le attività da svolgere,  hanno pensato di far incontrare i bambini per visitare i luoghi dove Giuseppe era nato, vissuto, morto.

Ecco il primo monumento apparso agli occhi del Geri

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Francesco Ferrucci, personaggio storico presente anche nell’Inno d’Italia!

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“Inno al Ferruccio”

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15 aprile 2016

Incontro con gli amici di Fornaci di Barga a Gavinana, dove il Geri è nato

Abbiamo visitato la Pieve romanica di Santa Maria Assunta, edificata tra la fine del XI e l’inizio del XII secolo, con il suo bellissimo organo settecentesco che Domenico Achilli, mecenate e cittadino insigne, donò alla chiesa del paese all’inizio del XIX secolo.

L’organo è composto da tre organi, abbiamo visto com’è fatto e ascoltato il suo suono, tutti insieme abbiamo cantato l’Inno di Mameli.

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Alcune foto presenti in questo articolo sono tratte da “Gli organi della Pieve di Santa Maria Assunta in Gavinana- Nuove indagini storiche in occasione del restauro”

Fondazione Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia, Comitato restauro dell’organo, 2006

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Abbiamo inaugurato  una targa, posta in onore del Poeta

Erano presenti rappresentanti dei comuni di San Marcello Pistoiese e Fornaci di Barga, delle associazioni paesane, il Dirigente Scolastico dell’Istituto Omnicomprensivo, Milvio Sainati nonché il nipote del poeta.

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Abbiamo declamato poesie in varie parti del paese.

I bambini di Fornaci hanno recitato “La fontana dell’amore” e “Maggio”

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“Autoritratto” e “A maggio”

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“A Gavinana” e “Caccia al ragno”

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“Acqua”

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“Primavera”

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“Addio a Gavinana”

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Prendiamo ispirazione dal Geri

A GAVINANA

A Gavinana, paese valoroso

troviamo il Ferruccio, il Ferruccio glorioso.

Qui è nato un poeta, un poeta scappato

e, per colpa del lavoro, in Garfagnana è andato.

Ha salutato parenti e la sua fontanina

e, appena arrivato in Garfagnana,

c’era già una nuova mattina.

Tante persone stanno invecchiando

ma i loro successori stanno arrivando!

Andrea, Lorenzo T

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MARESCA

Suonano le campane

della vecchia chiesa

e le Ginestre

assai diroccate

sono invase dalle piante

ormai perse.

Anche il bar Cinema

che tanto tempo fa

era affollato,

oggi è

una “discarica solitaria”.

Eppure sento che tra pochi anni,

tutto di nuovo si riempirà.

Bella la mia Maresca!

Giulia T, Lorenzo A

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PRIMAVERA

La primavera è

fiori che sbocciano,

giornate al parco a giocare,

altalene e scivoli,

partite di calcetto

e la felicità nei cuori.

La primavera è

giornate in bici

giù per la Pievana

e quando si casca lì

son cavoli amari!

Edmondo, Filippo S

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PRIMAVERA

Passano le rondini di qua e di là,

è arrivata la stupenda primavera

con le sue piante potate

con i fiori appena sbocciati

con i frutti da maturare.

con il fumo dei rami bruciati.

Gli animali ritornano dal letargo,

i serpenti fanno le uova,

gli orsi vanno a cacciare,

le rondini tornano dai paesi caldi,

il sole splende nel cielo

e il tramonto arriva tardi.

Dario, Omar

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AGENTI ATMOSFERICI

Oggi, brutto tempo,

fuori c’è pioggia e vento.

E’ impossibile uscire,

andare a giocare

a ballare e a cantare.

Per fortuna, le nuvole

hanno scoperto il sole,

voleva giocare

solo un po’ a nascondino!

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LA SCUOLA

Anche oggi un giorno di scuola,

bisogna studiare!

Tabelline, verbi e pagine

pagine e ancora pagine!

Poi, finalmente, una ricerca!

Bella scusa per stare fra amici!

Nadia, Rachele

IL MARE

Il mare,

con le sue onde perlate

porta via la sabbia

con una nota leggera.

Crea una dolce melodia,

regalando al mondo pace e allegria.

Dona a noi

scatole incantate

con dentro magie fatate.

Infine, con un massaggio leggero,

culla il mondo intero.

Agata, Sofia

16 Maggio 2016 – Tutti a Fornaci di Barga!

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Tutti insieme siamo andati alla “Fontanina dell’amore”

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La versione musicale della poesia “La fontanina dell’amore” ha entusiasmato tutti! Bravissimi!

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I bambini di Gavinana/Maresca e di Fornaci hanno recitato altre poesie del Geri

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Un saluto e un ringraziamento speciale a Roberto Geri, nipote del poeta

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Proviamo a conoscerci con il pic-nic sul prato

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Infine Milvio Sainati, grande estimatore del Geri e sostenitore di questa bella iniziativa, ha spiegato ai bambini il procedimento della litografia e ha fatto loro realizzare il ritratto del Geri su una maglietta utilizzando questa tecnica.

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Ci siamo salutati promettendo di “non perderci”, di sicuro ci ricorderemo di questi momenti insieme!

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L’Appennino si racconta…/ classi quarta e quinta

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Questi sono alcuni dei racconti scritti dai ragazzi con l’aiuto dei nonni.

Nonni che ringrazio molto per aver fatto conoscere ai loro nipoti e a noi un pezzetto del nostro passato

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BAMBOLE DI PEZZA E GIOCHI NELL’AIA, di Ambra Marcon, prima classificata

Giocattoli e divertimenti di un tempo lontano

Mi chiamo Giovanna e sono una bambina di otto anni.
Fra molti anni, ma proprio tanti, diventerò la nonna di Ambra, la bambina che voi conoscete e che ha messo nero su bianco quello che vi racconto.
Sono nata nel 1943 quindi gli anni della mia infanzia sono stati segnati fortemente dalla pochezza e dalla miseria che il dopoguerra ha lasciato.
La mia famiglia è di origini modeste, facciamo molti sacrifici, da mangiare c’è poco e quel poco è spesso a base di necci o manufatoli… credetemi non posso nemmeno più sentire l’odore della farina di castagne per quanta ne devo mangiare!!!
Quindi figuratevi i mie giocattoli!!!
Non ho mai avuto un giocattolo vero e proprio ma io e mia sorella gemella ci ingegniamo ugualmente per divertirci.
Con scatole vuote, che troviamo in giro, facciamo delle pentole, i gusci di noci li trasformiamo in tazzine ed ecco fatto!!!
Adesso possiamo giocare a signore che preparano da mangiare!!!
Poi andiamo nel bosco, raccogliamo le foglie di castagno con le quali costruiamo una specie di coroncina per agghindarci la testa e giochiamo a piccole indiane!!!
Quando siamo annoiate scendiamo lungo la riva del fiume e andiamo a pescare i broccioli, facciamo una vera e propria gara a  chi  ne prende di più!!!
Ma il divertimento più grande con mia sorella è quello di scambiarci di persona, perché siamo così uguali nell’aspetto e nella voce che è un  gioco da ragazzi fingere di essere l’una o l’altra, nessuno se ne accorge e noi giù a ridere a crepapelle ingannando a volte anche la mamma!!!
Quando andiamo a scuola i giochi che facciamo con i nostri compagni sono nascondino, mosca cieca e campana.
Con una palla di stracci facciamo una sorta di palla avvelenata.
Poi di ritorno da scuola per la strada mi capita di trovare scatolette vuote di fiammiferi, le raccolgo e le porto a casa, anche queste mi servono per il mio servizio di  cocci e pentoline!!!
Ci sono alcune bambine, poche a dire la verità però ci sono, che a scuola portano delle bellissime bambole!!!
Bambole! Bambole! Bambole vere! Di porcellana, con capelli biondi lunghi e vestiti bellissimi!!!
Io le guardo incantata! Come mi piacerebbe averne una!
L’ho chiesta tanta  volte ai miei genitori e a volte non capisco perché ci sono compagne che ne hanno diverse oltre che pupazzi e altri tipi di giochi e io e mia sorella non ne possiamo avere nemmeno una da dividere io e lei!!!
Ma un giorno la nostra nonna ci ha fatto una sorpresa: con ovatta, stracci e lana ci ha confezionato due bellissime bambole!!!
Una per ciascuna!
Uguali, così non ce le litighiamo!
Non saranno bambole confezionate in negozio, non saranno sofisticate ed eleganti ma per me e mia sorella sono le bambole più belle del mondo!!!
Questi sono si giochi che faccio quando ho del tempo libero che non è molto perché dopo la scuola da quando abbiamo perso il babbo dobbiamo aiutare la mamma nei campi e badare agli animali…
Comunque trovo spunto di gioco anche quando accudisco i coniglietti : per esempio se mia sorella non c’è prendo uno di quei morbidi batuffoli e faccio finta che io sono la mamma e lui il mio bambino…
Questa è la mia infanzia che a voi può sembrare povera e forse triste, ma per me non è così: la felicità penso che stia nelle piccole cose, come stare insieme alla persone care e divertirsi con poche cose ma con tanta fantasia e immaginazione!!!

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BAMBOLE DI PEZZA E GIOCHI NELL’AIA, di Asia Arcangioli, terza classificata

Giocattoli e divertimenti di un tempo lontano

Quando erano piccoli i miei nonni non godevano di tutti i vantaggi che ci sono oggi, per esempio, a scuola non andavano nè in macchina nè con il bus ma a piedi.

Mio nonno Gianfranco abitava in una casetta nel bosco dell’Orsigna, un luogo lontano dalla sua scuola e anche quando pioveva o nevicava ci doveva andare lo stesso; per arrivarci, ogni giorno doveva attraversare a piedi un fiume camminando sui sassi, quando era ghiacciato rischiava di farsi molto male.

Lui si divertiva con gli attrezzi da lavoro del nonno e costruiva carretti, aquiloni ,fischietti e zufoli. Mio nonno Gianfranco era bravissimo fin da bambino ad utilizzare il coltellino; oggi invece i genitori non fanno più tenere in mano questi strumenti ai bambini perché hanno paura che si facciano male, a me piacerebbe molto avere un coltellino tutto mio e imparare a costruirmi i giocattoli.

I giochi costavano troppo e non tutti se li potevano permettere.

Mia nonna Marzia non aveva tanti divertimenti così li doveva inventare insieme ai suoi amici. Si ritrovavano in un’aia vicino a casa e giocavano a campana, a mosca cieca, ai quattro cantoni, a fare la corsa dei sacchi, alla “bella insalatina” ed a tanti altri giochi. La bella insalatina e’ un gioco che piace tanto anche a me ed ai miei amici, noi lo chiamiamo il gioco della cavalletta, un bambino si mette in ginocchio e gli altri gli saltano sopra cercando di scavalcarlo.

Il gioco della campana lo faceva anche la mia bisnonna, disegnavano per terra con un gessetto un grande rettangolo diviso in dieci parti . A questo punto ognuno doveva prendere un sasso piatto e metterlo sul primo quadrato. Ad ogni lancio ognuno doveva saltare su una gamba sola prendendo il sasso senza perdere lequilibrio, senza mettere giù laltro piede o toccare le linee altrimenti doveva ritornare al punto di partenza, vinceva chi arrivava prima a dieci.

A volte bastava una corda per inventarsi un gioco: due la facevano girare e gli altri tentavano di saltarla senza inciampare.

Tra tutti i divertimenti dei miei nonni, c’era anche sassolino, un gioco dove a turno si tira un sasso in aria e, prima di riprenderlo, bisogna riuscire a raccogliere uno, due , tre , quattro, fino a nove sassolini che rimangono sul tavolo. Mia nonna e i suoi amici ci giocavano sempre a ricreazione e lei era la seconda migliore.

Nei divertimenti c’ erano anche i girotondi: Madamadorè, Il mio bel castello, gatto e topo e molti altri, alcuni li facciamo anche oggi.

Oltre a questi giochi c’ era la guerra: prima si costruivano armi di legno e pietra e poi facevano finta di combattere. Si divertivano molto perché oltre a costruirsi le armi, si nascondevano, correvano, facevano la lotta e fingevano di rimanere feriti o di morire.

Nell’ascoltare i miei nonni mi sono accorta che tra i loro giochi ce nerano anche molti che facciamo anche oggi come mamma e figlio, il mercatino, nascondino, acchiappino e giochi con la palla come pallavolo, palla a mano e palla prigioniera.

D’estate si divertivano anche a fare il bagno nel fiume e giocavano con i tappi delle bottiglie come se fossero biglie disegnando una pista per terra con tante curve e facendo a gara a chi finiva prima il percorso, spingendo il tappo con uno scatto dell’indice.

Mio nonno Pierino, che e’ il più anziano dei miei nonni, viveva in campagna a Pistoia e giocava sempre con il suo amico Livio in un piccolo torrente vicino a casa sua, lì giocavano con barchette fatte da loro, si divertivano a schizzarsi, a prendere pesci e girini e a fare saltare i sassi piatti nell’acqua.

Mia nonna Paola, da quello che ho capito, è quella che aveva più giochi: giocava con le bambole, aveva la bicicletta, con sua sorella e le amiche facevano giochi da tavolo come scacchi, dama e tombola e si divertivano a fare i mercatini  dell’usato, organizzavano delle merende con il tè e giocavano insieme con il cerchio. A volte, quando non le vedeva la mamma, giocavano a fare le sfilate indossando i vestiti che trovavano nell’armadio dei nonni.

Ai tempi dei nostri nonni non esistevano tutte le tecnologie di oggi: computer, il tablet, il telefono e la televisione quindi stavano molto tempo a giocare con gli amici all’ aria aperta, ed è un vero peccato che oggi non sia più così.

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BAMBOLE DI PEZZA E GIOCHI NELL’AIA

GIOCATTOLI E DIVERTIMENTI DI UN TEMPO LONTANO

di Andrea Mori

I giochi di cinquant’anni fa erano completamente diversi dai giochi di oggi. Non esisteva completamente l’elettronica. Grosso modo i giochi seguivano le stagioni soprattutto l’inverno e l’estate. C’era poi da considerare quando il tempo permetteva di giocare all’aria aperta e quando no.

In primavera, in estate e in autunno i giochi con il bel tempo venivano svolti nei campi, nei boschi e sui monti. Il pallone era il gioco principale. C’era poi quello con le rare biciclette che venivano usate a turno. Si giocava anche con i cerchi delle biciclette senza il copertone e con i trampoli di legno. Non mancavano i giochi collettivi come le sfide tra Indiani e Cowboy. Le armi erano costruite da bambini: fucili, pistole e archi. Facevano le capanne con i legni e le frasche. Si imitavano i personaggi dei fumetti del “Monello” e dell’“Intrepido”. Quando non era possibile giocare all’aria aperta perché era brutto tempo si riunivano e giocavano a boccino, sassolino, campana, quattro cantoni ecc. D’inverno con la neve si giocava con sci rudimentali, si giocava a pallate di neve e si facevano grossi pupazzi. Quando era troppo freddo o pioveva si riunivano intorno al focolare, stufe e caldani a parlare di storie paurose di mostri immaginari. Si divertivano tanto in compagnia.

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Bambole di pezza giochi nell’aia, giocattoli di un tempo lontano

di Samanta Buscioni

 

In questi giorni di vacanza sono andata con la nonna a trovare una persona speciale, la mamma della mia nonna (o nonna “bis”, come la chiamo io) e visto l’arrivo di Babbo Natale e Befana a seguire le ho chiesto quali doni riceveva lei da bambina e quali giochi aveva.

Sicuramente i nostri nonni non avevano tanta tecnologia e tanti giocattoli come ne abbiamo noi oggi, anzi i più possedevano un solo giocattolo.

Le bambine avevano le bambole di pezza che venivano ritagliate da vecchie lenzuola e imbottite con lana di pecora, pezzettini di stoffa o erba essiccata. Due vecchi bottoni servivano per gli occhi mentre naso e bocca venivano disegnati con il carbone o, se si era “benestante”, ricamati con fili colorati. Gli abiti, rigorosamente fatti a mano venivano cuciti dalle nonne, mamme e qualche volta dalle stesse bambine, usando cose che potevano permettersi; oggi io a casa ho una bambola grande, con capelli dorati che profuma di vaniglia…..

Per i maschietti erano di gran moda archi e fucilini costruiti con il legno, un po’ di spago e un tappo di sughero.

Avevano però una grande ricchezza: avevano tanti amici, anche di diversa età con cui giocare all’aperto e tutti potevano partecipare al gioco.

E di giochi da fare in tanti all’aria aperta ne sono stati inventati veramente molti, basta pensare al classico nascondino, ai quattro cantoni, 1/2/3 stella, strega comanda colore, salto alla corda, giochi che tutti noi conosciamo anche oggi, per non parlare della pista per le biglie che noi bambini moderni oggi facciamo in spiaggia al mare con le palline di plastica, mentre allora usavano le biglie di vetro.

Ci sono poi i giochi che sono un po’ meno conosciuti e che forse solo chi ha una nonna “bis” come me ne ha sentito parlare, come ad esempio alla larga, alla stretta.

Come si gioca?

Semplicemente un bambino dirige il gioco recitando la filastrocca, tutti gli altri seguono compiendo i movimenti da lui indicati; il tutto saltellando senza mai fermarsi.

Curiosi di sapere il testo della filastrocca? Vi accontento subito:

ALLA LARGA

ALLA STRETTA

E

PINOCCHIO

IN

BICICLETTA

ALLA PI

ALLA PO

E

PINOCCHIO

RUZZOLÓ

Un altro gioco molto praticato era palla a muro, dove cantando delle filastrocche la palla veniva lanciata contro il muro, ripresa e così via, finché non cadeva, per un errore, a terra.

Erano molti i giochi che potevano fare con poche cose e tanta voglia di giocare e soprattutto di stare tutti insieme, non mancavano i litigi, ma poi si tornava a giocare e a fare anche scherzi, stando attenti poi alle varie punizioni perché, come mi ha detto la mia nonna “bis”, i genitori di allora erano molto severi, pensate che prima i bambini davano ai propri genitori del voi o del lei. Come sono cambiati i tempi, vero?

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BAMBOLE DI PEZZA E GIOCHI NELL’AIA: GIOCATTOLI E DIVERTIMENTI DI UN TEMPO LONTANO “

di Emma Biondi

I nostri nonni da piccoli giocavano diversamente da noi, ora possediamo ogni gioco che vogliamo, invece loro non avevano niente .

Le bambine giocavano con le bambole di coccio o di legno ma non erano divertenti come quelle di ora che si possono spogliare, pettinare ecc…… finché un giorno arrivò Cicciobello di gomma ma la mia nonna Manuela preferiva giocare con suo fratello agli indiani e suo padre le aveva insegnato come fare l’arco e le frecce con un ramo di nocciolo e uno spago .

Quando arrivava l’inverno stavano tutto il giorno sulla neve e andavano a chiedere i vassoi al bar ,quelli da birra rotondi , e li usavano come slitte e andavano come saette e si divertivano da matti. In primavera giocavano per lo più con la palla, un gioco che piaceva fare a mia nonna era quello di “palla a muovere” che si giocava con la palla contro un muro e si diceva una filastrocca che recitava così :

”A muovere , non muovere ,non ridere(cioè stare zitti non recitare la filastrocca), con un piè , con una mano ,a battere , zigo zago , violino ,un bacino ,tocco terra , tocco cuore ,angelo , madonna e girasole “. Se uno non riusciva a fare tutta la filastrocca senza far cader la palla passava la mano al compagno di gioco, altrimenti se ci riusciva passava al livello successivo, facendo il gioco ancora più difficile tipo tutto con un piede ecc.

D’estate giocavano a giochi da tavola, insomma giochi rilassanti, tipo carte , monopoli , ma anche a mosca cieca , nascondino , guardie e ladri, poi amavano fare capanne sugli alberi ,andare giù dalle discese con i carretti di legno , e pescare con le forchette nel fiume i broccioli, dei piccoli pesci che poi vendevano per guadagnarci . A mio nonno Dario d’estate piaceva andare a fare il bagno alle “culline al pozzo della sdrugola”, sul torrente Rio a Maresca, dove c’erano delle piscinette naturali formate dai sassi del fiume, dove l’acqua era calda .

Mio nonno Sandro mi ha raccontato che insieme ai maschi del paese facevano battaglie fra gli abitanti dei vari borghi di Maresca tipo Mulino Vecchio contro Case Biondi, Borgo Freddo contro Corniola (case alte) ecc, usando pigne , archi di legno,sassi ,fionde ecc… più o meno tutta roba che si trovava nel bosco ed a volte succedeva che prendevano in ostaggio qualche bambino della squadra avversaria ed a quel punto lo “torturavano” tipo facendogli bere intrugli di acqua e fiori come i piscialletto, che facevano diventare l’acqua gialla e amara, ma sempre senza farsi del male, solo per giocare.

Altri giochi di gruppo da fare fuori erano : Campana, forte colonna ,un gioco dove uno si metteva con la testa al muro e gli altri gli dovevano salire sopra e lui non doveva mai cadere e se cadeva toccava ad un altro ,rimpiattino (nascondino) , sbarba cipolle, dove alcuni bambini si siedono uno sopra l’altro e uno deve tirarli via tutti fino ad arrivare all’ultimo , poi c’è il salto alla corda . La mia nonna Anna insieme alla sue sorelle cantava con un mestolo al posto del microfono, e invece delle bambole aveva i fratelli minori da guardare e quindi giocava a “mamme” con loro per tutto il giorno.

Facendo un confronto tra i giochi di ora e quelli dei nostri nonni per me erano meglio quelli di prima perchè si svolgevano quasi tutti all’aperto ed in compagnia, adesso con i telefoni cellulari, tablet, televisione, video games, internet, possiamo anche giocare da soli e dentro casa, ma ci perdiamo il gusto di conoscere tanti amici e anche la natura dei nostri paesi, che sono circondati da boschi, attraversati da fiumi che noi conosciamo poco.

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Bambole di pezza e giochi nell’aia:

giocattoli e divertimenti di un tempo lontano

di Sofia Xhani

Un tempo, mia nonna albanese non aveva giocattoli come ora, quindi giocava a giochi semplici, in compagnia. Uno tra questi era “Onomana donomana’’, un gioco in cui si contano le dita delle mani cantilenando: “Onomana donomana, trieferi kanaferi, pesë pesë xhinaferi, urthi çiurthi, zingëlamanurthi, zëfëliçe këtë hiqe, fute në fur edhe piqe! “ In questo gioco, chi viene toccato per ultimo deve levare quel dito, vince quello a cui rimangono piú dita nel gioco. Mia nonna giocava anche a nascondino, acchiappino e altri giochi che si fanno anche oggi.

Un altro gioco di cui mi aveva parlato, che però io non ho mai provato, è “Loja e Shteteve”, il Gioco dei Paesi. Si disegnano quattro quadrati per terra e si dà ad ognuno il nome di un Paese, ad esempio Romania, Albania, Italia e Polonia. Il primo giocatore lancia un sasso ad occhi chiusi e salta sulla casella dove questo è caduto, cercando di indovinare il Paese. Se indovina, sta di nuovo a lui, altrimenti tocca a un altro giocatore.

Un gioco molto divertente che faccio sempre con la nonna s’intitola “Hapu kyçe, mos u hap!” Si gioca in due o più giocatori, mettendo i pugni uno sopra l’altro; un giocatore, che non li mette, deve cercare di aprire quelli dei suoi avversari, infilando il ditto dentro e ripetendo più volte: “hapu kyçe, mos u hap!”, cioè “apriti lucchetto, non aprirti!”, finché non glieli ha aperti.

Mia nonna giocava con sassolini, bastoncini e le dita delle mani; non abbiamo bisogno di tanti giochi per divertirci, basta stare in compagnia e avere fantasia!!!

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I GIOCHI DEI NONNI di Fabio Giuntoli

Quando mio nonno era piccolo, soldi e tecnologia non erano come quelle di ora, quindi anche giochi e giocattoli erano molto diversi. I giocattoli scarseggiavano ed erano oggetti molto semplici: palle, palloni, cerchietti, tamburelli, bicicletta, calcio balilla,tombola, carte e dama e in alcuni luoghi di ritrovo per ragazzi era disponibile il Monopoly. Venivano anche utilizzati come giocattoli, oggetti comuni come il fazzoletto, ( per giocare a bandierina), stecchi e pezzi di legno come spade, lance o frecce per il tiro a segno, infatti molti giochi erano di movimento e all’aperto.  Per questi divertimenti non c’era il bisogno di alcun giocattolo o oggetto particolare; per fare lo scivolo era sufficiente usare l’argine del fiume e i pantaloni corti, macchiati di verde e marrone facevano capire alla bisnonna che il nonno, aveva giocato a scivolare. Altri giochi erano le gare di corsa acchiappino, nascondino, braccio di ferro, lotta con le braccia, salire sugli alberi, saltare i fossetti, “indovina chi ti ha picchiato”, “acchiappanaso” e altri che il nonno non ricorda. I giochi al chiuso e da tavolo erano pochi. Mio nonno dice che i giochi di un tempo, erano quasi sempre fatti in compagnia di altri ragazzi o anche con gli adulti, ha detto che questo era molto utile per imparare a crescere e a stare insieme agli altri. Nonno mi dice sempre che un oggetto comune che tutti hanno, può essere utilizzato per fare diversi giochi; il fazzoletto, appunto, può diventare: una bandierina, una bandana per fare il pirata, una benda per giocare a mosca cieca, oppure una bandana per fare il bandito o per nascondere gli oggetti e indovinare cosa sono.

 

Bambole di pezza e giochi nell’aia e divertimenti di un tempo lontano”

di Chiara Martinelli

Ai tempi di mia nonna, non c’erano i giochi di oggi.

Quindi se li costruivano da soli; ad esempio mia nonna aveva delle bambole e lei si divertiva a giocarci, anche se ci giocava da sola perché era un po’ lontana dal paese.

Mia nonna  si  divertiva così  non  avendo  la  casa  per  le  bambole  andava nell’aia,  prendeva  un  panchetto  ci  metteva  qualche  pezzo     di    stoffa  e  ci  faceva  il  letto.         

Andava  nei  campi  e  raccoglieva erba, fiori  e  ci  faceva  da  mangiare.

Una  sera  come  tutte  le  altre  dopo  aver  mangiato  andarono  a  letto, la  mamma  della  mia  nonna  spense  tutte  le  luci  e  si  misero  a  dormire,  durante  la  notte   sentirono   dei  rumori  e  impauriti   rimasero  a letto. La notte  passò,  era  giorno  nonna  suo  fratello  e  sua  mamma  si  alzarono,  andarono  a  fare  colazione  e  si  vestirono,   dopo  andarono   a  vedere  cosa  era  successo   fuori. Nella stalla era tutto a posto, mia nonna impaurita andò nell’aia e trovò tutto distrutto,piangendo tornò a casa e gli raccontò cosa era successo nell’aia,suo fratello triste gli disse: ”Non ti preoccupare,ti aiuterò io a risistemare tutto”, mia nonna rispose: ”Grazie!”.

Dopo una settimana di lavoro l’aia era come nuova, quel giorno erano tutti contenti perché tornò anche il babbo dalla Svizzera: che era andato per lavoro. Quando vide cosa avevano fatto i due bambini e da cosa gli avevano raccontato, entrambi i genitori erano molto orgogliosi di mia nonna e suo fratello, perché se avevano bisogno tutti e due erano disponibili ad aiutarsi.

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BAMBOLE DI PEZZA E GIOCHI NELL’AIA: GIOCATTOLI E DIVERTIMENTI DI UN TEMPO LONTANO

di Rachele Bicocchi

I miei nonni Renzo e Oriella sono nati e cresciuti in un paesino della Montagna Pistoiese chiamato Casa di Monte. Sono stati piccoli in un periodo di povertà, quando per giocare bastava veramente poco, non come oggi, che noi bambini ci annoiamo con tutto e quello che abbiamo non ci basta mai! Le bambine ad esempio si divertivano a confezionare bambole di pezza, cucite con le loro mani, si facevano dare delle lenzuola vecchie dalle loro mamme ci disegnavano la sagoma della bambola, la ritagliavano e la cucivano imbottendola con la lana tosata dalle loro pecore, come occhi usavano dei vecchi bottoni, per i capelli altra lana e la bocca era ricamata con il filo rosso. La mia nonna si divertiva anche a confezionare degli abitini graziosi per la sua bambola.

Un altro gioco che si divertivano a fare quando si riunivano tutti assieme lo chiamavano”ci bè zuppalo nel caffè”; per fare questo gioco occorrevano 2 bastoncini, uno veniva messo a cavalcioni ad un sasso e con l’altro ci si batteva sopra per farlo volare in aria, vinceva chi lo lanciava più lontano.

Un altro gioco era “treppio” che consisteva nel prendere dei sassolini lanciarli in aria con il palmo della mano e riprenderli con il dorso della stessa, anche qui vinceva chi riusciva a riprenderne il più possibile.

La sera i bimbi si riunivano nei metati dove si seccavano le castagne e, accoccolati intorno al fuoco, si raccontavano storie e storielle di vita vissuta, visto che con loro si riunivano anche le nonne raccontando le loro esperienze in tempo di guerra.

Mio nonno invece si divertiva a giocare con il cerchio di una bicicletta (senza la gomma) e un bastone, con il quale spingeva il cerchio lungo la strada: anche in questo caso c’era un vincitore ed era quel bambino che arrivava più lontano senza far mai cadere il cerchio.

I bimbi di quei tempi si divertivano anche a ballare nelle piazze e ogni occasione di incontro era sempre una gioia, un divertimento e un’occasione per stare insieme.

Un gioco che facevano i miei nonni e che è stato tramandato fino ai giorni nostri è il gioco della ”campana” che consiste nel disegnare per terra una specie di campana suddivisa in quadri numerati da 1 a 10 sui quali viene lanciato un sassolino che deve essere raccolto dal giocatore saltando nei quadri con un piede solo.

Noi bambini di oggi dovremmo imparare dai bambini di quel tempo passato quando non importava quanti giochi avevi, se erano alla moda o tecnologici, bastava solo stare INSIEME!

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Bambole di pezza e giochi nell’aia: giocattoli e divertimenti di un tempo lontano

di Nadia

Ieri ho chiesto ai miei nonni quali giochi facevano quando erano piccoli, ma siccome non avevano tante cose i loro giochi erano semplici, eccone alcuni raccontati da loro.

Un gioco era quello del tappino. Con il gesso o con un pezzetto di mattone si disegnava una pista in terra, che doveva avere tante curve, si disegnava anche la linea della partenza e quella dell’arrivo. Poi a turno, ogni bambino prendeva un tappino da bottiglia e pizzicandolo con le dita cercava, senza farlo uscire dalla pista, di farlo arrivare per primo al traguardo.

Un altro gioco era quello di arrampicarsi sulle piante. Avevamo un grande parco vicino, che era recintato da un grande muraglione che lo circondava tutto. Giocavamo ad entrarci di soppiatto scavalcando il muraglione, ed una volta dentro si divertivano ad arrampicarsi in cima a dei grossi abeti da dove si vedeva un bel panorama del paese.

Poi giocavano a calcio, ma siccome non si trovavano i palloni di plastica come adesso, giocavano con una palla ricavata dal cartone pressato e legato stretto stretto con uno spago. Quando la palla era pronta se la tiravano e ci giocavano per strada.

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I giochi dei nostri nonni

di Lorenzo Agostini

Oggi è una giornata piovosa, e vi voglio raccontare cosa faceva la mia nonna Rosanna quando era piccola.

Sono qui al tavolo di cucina con la mia nonna accanto a me che mi racconta…………

Ai suoi tempi ,non c’erano molti giochi e quindi i bambini si divertivano ad inventarsi giochi anche con nulla,la mia nonna mi ha raccontato che passava tanto tempo a giocare con due pentoline di rame facendo finta di giocare a mamme oppure a “signore”.

La mia nonna aveva la fortuna di avere il babbo falegname che gli faceva giochi di legno ad esempio:

una carrozzina verniciata di azzurro che la mia nonna oltre a tenerci le bambole ci teneva un gattino di nome Pippo Rosso, poi gli aveva fatto un tavolino con le seggioline per le bambole e una poltroncina,che ancora oggi la tiene per ricordo,dove si sedeva lei quando giocava a mamme e “signore”,le aveva fatto anche un piccolo taglierino e una piccola spianatoia di legno e quando la sua mamma faceva la pasta anche lei si metteva li vicino e spianava.

La mia nonna aveva due bambolotti di celluloide che mi ha fatto vedere e le chiamava Patatina e Gigetto.

Questi erano i giochi “invernali”,poi quando arrivava il tempo bello tutti nell’aia a giocare all’aria aperta…, e questo era uguale anche per il mio nonno che abitava a Lucca.

I giochi erano questi:

Il gioco della campana,con un pezzettino di mattone, disegnavano dei quadrati con dentro dei numeri e buttandoci sopra un sassolino dovevano saltare dentro ai quadrati fino a riprenderlo, senza pestare i contorni, poi giocavano a nascondino, a palla, alle belle statuine, al gioco dei quattro cantoni, ad acchiappino e poi senza che mamma Natalina lo sapesse, faceva la bambina un po’ disubbidiente e andava insieme ai suoi amici lungo il fiume Maresca saltando da un sasso all’altro.

Un giorno,insieme ad una sua amica di nome Sara sotto il ponte di Borgo Freddo,in un punto dove l’acqua era molto alta e i sassi scivolosi, saltando da un sasso all’altro scivolarono dentro l’acqua facendo un bel bagno, e la mamma della Sara accese la stufa a legna per farle asciugare dopo aver fatto una bella brontolata e forse anche qualche sculaccione.

Un altro divertimento spericolato della mia nonna era quello di andare ai pozzi lavatoi e fare l’altalena aggrappandosi al filo dove le donne mettevano a sgocciolare i panni che erano stati appena lavati.

La mia nonna Rosanna e il mio nonno Celso mi dicono sempre: “ ai miei tempi non c’erano tutti i giochi che avete oggi,ma eravamo più contenti e si apprezzavano molto di più tutte le cose”, ai miei tempi…… quando ero piccino io……., quando io ero piccola come te……., ai nostri tempi…….

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I giochi dei nostri nonni

di Vittoria Gargini

 

L’anno scorso, quando era andata via la luce e la corrente, non c’era altro da fare che stare davanti al
camino con una cioccolata calda e sette coperte!!
Mentre ci riscaldavamo ho chiesto a mia nonna a che giocava quando era piccola e lei ha iniziato a
raccontare: <<Quando ero piccola, costruivo le bambole con la lana e il cotone, i maschi con i
tappini delle bibite giocavano a calcino, poi giocavamo a nascondino, saltavamo la corda,
giocavamo a campana, costruivamoi fortini, le dighe e pescavamo le trote>>.
Quando mia nonna ha finito il racconto mi sembrava un p’ò troppo noioso! Così sono andata a letto;
mi sono svegliata il giorno dopo, non c’era eletricità quindi non potevo guardare la televisione e
giocare alla Wii, allora mi è venuto in mente di giocare ai giochi vecchi di mia nonna, ho chiamato
subito i miei amici.
Quando ci siamo trovati abbiamo iniziato a costruire le bambole di pezza con scarti di vestiti, lana e
cotone, mentre i maschi giocavano a calcino con i tappi di bottiglia. Poi abbiamo preso un gessetto
e abbiamo disegnato la griglia per giocare a campana, all’inizio non mi riusciva, poi ho capito come
giocare. Abbiamo preso la corda e uno per uno la saltavamo: io ho fatto ventuno salti!!
Poi tutti insieme siamo andati nel bosco e abbiamo costruito un villaggio con fortini, pozze d’acqua
da cui prendevamo le trote e sembrava un vero villaggio. Insomma ho fatto tutti i giochi di mia
nonna che sembravano noiosi ma non lo erano; ma alla fine del divertimento mi è successa una cosa
strana: mi sono svegliata, era tutto un sogno!
La mattina è tornata la corrente, ma siccome i giochi di mia nonna sono più divertenti di quelli
moderni, sono andata fuori a giocare e mi sono divertita tanto!!!

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I giochi dei nonni

di Ginevra Sartori

Un giorno di dicembre, dopo aver pranzato, sono andata insieme a mio nonno ed a mia nonna a fare una passeggiata nel bosco.

Dopo un po’ che camminavamo iniziò a piovere. Allora per non bagnarci, ci siamo riparati dentro un casolare abbandonato. Mio nonno per scaldarci ha acceso subito il fuoco nel camino e, mentre ci asciugavamo, mia nonna mi disse di come erano cambiati i tempi da quando lei era bambina. Io allora chiesi di raccontarmi i giochi che facevano da piccoli; mio nonno allora iniziò a raccontare che lui da piccolo giocava insieme ai suoi amici a fare le gare per le strade sterrate con un cerchione di una vecchia bicicletta, che doveva essere tenuto dritto e guidato con un ferretto.

Un altro passatempo che amava molto era andare a pesca di “broccioli” (piccoli pesci) nel fiume, per pescarli bisognava entrare nell’acqua fino alle ginocchia ed usare una vecchia forchetta da cucina. Un altro gioco molto di moda a quel tempo era giocare a calcio in un vecchio campo, che ora non c’è più, ed usare come palla qualsiasi cosa rotolasse. I regali delle feste a quei tempi erano pochi, ad esempio un trenino di legno o di latta oppure un soldato a cavallo. Il gioco preferito di mio nonno non era uno solo ma tanti, come ad esempio nascondino, acchiappino e tirare a qualsiasi cosa con la fionda.

Mia nonna invece preferiva giocare a mamme con delle bambole di pezza, che venivano fatte dalle mamme, se il tempo era bello giocava con le sue amiche a campana (gioco svolto disegnando una griglia in terra con del gesso, bisognava saltare all’interno della griglia senza toccare i bordi), a nascondino oppure a saltare la corda.

Poi mio nonno mi ha detto che giocavano anche se il tempo era brutto, bastava una piccola idea per creare un giocattolo fai da te; inoltre un po’ dispiaciuto mi ha detto che tutti questi giochi nel tempo si sono persi e sono stati dimenticati.

Io sono rimasta molto incuriosita ed affascinata da questi giochi, soprattutto mi sono accorta che non ci voleva molto per essere felice e giocare, bastava qualcosa di semplice e di bello per avere la scusa di giocare. Mi sono resa conto che i bambini passavano tanto tempo tra di loro giocando spensierati e felici.

Intanto fuori aveva smesso di piovere, quindi ci siamo incamminati per il bosco in direzione di casa, con la promessa dentro me stessa di trascorrere un po’ più di tempo ad ascoltare le storie dei miei nonni.

Ah, dimenticavo…, appena siamo arrivati a casa sono corsa in soffitta insieme ai miei nonni e da un baule impolverato mia nonna ha tirato fuori una bambola di pezza fatta da sua madre, non è come le bambole di oggi tutte di plastica, ma io mi sono innamorata di questo giocattolo e lo conservo gelosamente insieme ai miei giochi preferiti.

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Bambole di pezza…
di Amelia 

La mia nonna Roberta mi racconta con cosa si divertiva da piccola:

a giocare a nascondino, a campana e a calcio perché bambole e giocattoli non ne avevano, ma il suo gioco preferito era andare a suonare i campanelli le sere d estate.

Una sera lei e le sue amiche sono andate a suonare il campanello del sindaco, non fecero in tempo a scappare che le chiamò in casa.

Gli fece un bel rimprovero con voce molto seria, dopo qualche minuto di silenzio imbarazzante fece una gran risata e gli disse che lui era giovane ma se andavano dalle persone anziane si potevano impaurire gli fece promettere che non lo facessero più.

Non è stata proprio una promessa perché la sera dopo erano di nuovo in pista.

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Bambole di pezza e giochi nell’aria: giocattoli e divertimenti di un tempo lontano

di Alessio Cinotti

I giochi di una volta erano diversi da quelli del nostro tempo, i nostri nonni si divertivano con poco, se avevano un fiume vicino lanciavano i sassi e li facevano rimbalzare.

Si mettevano in tondo e facevano il girotondo, giocavano con i tappi delle bottiglie , giocavano a campana, con i rocchetti del filo di cotone, a pallone e a mosca cieca.

Sapevano costruirsi una cerbottana o un fischietto, giocavano a correre nei sacchi o al tiro alla fune.

C’era anche l’albero della cuccagna, ruba bandiera e quando arrivava un circo, anche se piccolo, era una festa.

C’erano anche giochi che ci sono ora come: nascondino, l’altalena, l’aquilone, le biglie e la slitta,

anche se noi abbiamo il bob.

I giochi si facevano spesso per strada, ora fuori ci stiamo proprio poco, ci muoviamo poco e stiamo troppo davanti alla tv e al computer.

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BAMBOLE DI PEZZAE GIOCHI NELL’AIA : GIOCATTOLI E DIVERTIMENTI DI ALTRI
TEMPI     di Giulia Tremolini

Ai tempi di mia nonna, quando era piccola, andava a scuola a piedi e nelle classi insegnava una sola
maestra, se i bambini non si comportavano bene, la maestra gli dava le bacchetate nelle mani e non c’era neanche la ricreazione.
Nel pomeriggio, dopo aver fatto i compiti e le faccende di casa, potevano giocare con altri bambini a mosca cieca, al salto con la corda, a giro giro tondo e al gioco dello schiaffo.

Quando era sola giocava con l’unica bambola, fatta di pezza cucita da sua nonna.

“Bambole di pezza e giochi nell’aia”
Giocattoli e divertimenti di un tempo lontano

di Agata Bartolomei Ducci

Mia nonna da bambina giocava con una bambola di stoffa che gli aveva fatto la sua mamma. La bambola aveva i capelli di lana e era vestita con un vestitino fatto a maglia.
Poi giocavano anche a acchiappino, alle belle statuine, a campana, a rimpiattino e a palla dorata. Si giocava tirando la palla contro un muro dicendo una filastrocca: “palla dorata, dove sei stata, dalla nonnina, cosa ti ha dato, una pallina, falla vedere, eccola qua!” e si doveva parare la palla con la gonna.
La nonna aveva anche un triciclo, con cui un giorno fece un bel capitombolo, e anche una bicicletta rosa.

 

Bambole di pezza e giochi nell’aia: giocattoli e divertimenti di un tempo lontano       

di Jonathan Casella                                                                                                                                                                           

Davanti a casa, seduta su uno scalino, la nonna giocava da sola con tazze e piattini di terra cotta improvvisandosi cuoca, mentre con le amiche a rimpiattino e a palla prigioniera; passava però la maggior parte del tempo con la sua mamma ascoltando alla radio le novelle, le commedie del tempo e le notizie sulla guerra. Il nonno invece si divertiva con i cerchi della biciclette,con il pallone fatto di stoffa e con l’altalena attaccata al noce; ma anche il suo tempo era dedicato ad aiutare il suo babbo a lavorare, mattone su mattone, tante fatiche già da bambino per la famiglia. 

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GIOCATTOLI E DIVERTIMENTI DI UN TEMPO LONTANO

di Antonio Vivarelli

Oggi ho chiesto al mio babbo quali erano i giochi e i divertimenti di tanto tempo fa, cioè quelli con cui passavano il tempo e si divertivano i miei nonni e anche i miei genitori. Un gioco molto popolare era la campana che consisteva nel disegnare in terra sei quadrati con dei numeri dentro dove bisognava saltarci dentro con un piede. Altri giochi molto antichi erano: il tiro alla fune, la mosca cieca, il salto della corda, “sbarbacipolla”, nascondino. Altri giochi più recenti erano: per le bambine le bambole, mentre per i maschi c’ erano i soldatini, big Jim, le biglie, camion con le ruspe, e i carretti e le biciclette
Per i più fortunati. Un altro gioco con cui il mio babbo e i suoi amici  si divertivano molto era il Subbuteo, dove si facevano dei tornei molto agguerriti. Anche la pista elettrica delle macchine e il trenino elettrico hanno fatto giocare tanti bambini per molte generazioni. Secondo il mio babbo i bambini di una volta si divertivano molto di più di quelli di adesso, perché avevano meno giochi ma molto più  educativi, semplici e all’ aria aperta.
I giochi dei nonni
di Dario Gargini
RACCONTO
Tanto tempo fa non c’erano i giochi di ora tipo Play Station,Wii eccetera.
Così i miei nonni ed i loro amici si ritrovavano a giocare in piazza di Maresca.
Le femmine si costruivano le bambole: usavano la stoffa avanzata per i vestiti e per i capelli
usavano la lana.
E così gicavano con le bambole di pezza.
Invece i maschi giocavano a calcio con i palloni fatti di stoffa, anche io ne ho uno fatto dalla mia bis
nonna e lo uso in casa per non rompere nulla !
Poi insieme giocavano a nascondino per i borghi e sotto il ponte.
Dopo aver giocato facevano merenda e poi andavano tutti a casa .
Anche a noi oggi garba fare i giochi dei nostri nonni.

 

Il testo di Andrea Petrolini:

 

 

 

 

Expo 2015 – PANE E FORMAGGIO – Classe quinta

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Per vedere la stesura definitiva cliccare il link o andare sul sito: www.giovaniconsumatori.it

 http://www.giovaniconsumatori.it/it/content/pane-e-formaggio

 

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Pane e formaggio

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“…i monti Pistoiesi sono dei più belli che le gomitate della crosta terrestre nell’era cenozoica regalassero all’Italia, quando l’Italia ancora non c’era, ma c’era il suo scheletro. Monti che si aprono sotto i vostri piedi come grandi libri; monti che si elevano, come corna di rinoceronte sul naso di questo grazioso animale, davanti al vostro naso; monti che torreggiano tra le più eccelse vette dell’Appennino al disopra della vostra fronte. Sono monti da cui le soffici erboline care alle PECORE germogliano i poeti, e se occorre le poetesse…” 

Tommaso Catani, prefazione a “Su i monti Pistoiesi”,  1914

 

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Su queste montagne si viveva di poco o nulla, si mangiava ciò che, assecondando la natura, si riusciva a trovare, coltivare o allevare: frutti del sottobosco, castagne, funghi, patate, cipolle, grano, pannocchie, ricotta e cacio, erbe di montagna e, di tanto in tanto, un po’ di carne di maiale.

“In ogni casa il paiuolo bolliva lentamenete, alimentato da un fuoco perenne mantenuto tiepido da una brace raramente spenta o fredda, cui erano sconosciuti i cambi di stagione.”(*)

“Fochino santo, bono di tutti i tempi!”

La cucina contadina ha sempre teso a reiterare ciò che conosceva bene, basti pensare alle resistenze, di chi lavorava la terra, verso le nuove possibilità alimentari provenienti dalle Americhe, che solo in tempi lunghi si sono inserite nella precedente tradizione.

Nell’ultimo mezzo secolo, però, molte delle vecchie usanze culinarie sono diventate desuete sia a causa dello sviluppo dell’industria alimentare sia dell’aumento e scambio incredibile di informazioni fra le persone. E poi, chi aveva vissuto in quel mondo, ormai, non c’è più.

Diventa quindi molto interessante ricercare e riscoprire con i bambini il nostro passato alimentare.

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La transumanza

Come già detto gli abitanti della Montagna Pistoiese, per secoli, sono sopravvissuti poveramente alimentandosi con i pochi prodotti che il territorio, ricco di alberi e acqua, gli permetteva di avere; e dove non arrivavano il grano e la farina, venivano utilizzate le castagne cotte, arrostite, secche e trasformate in farina oppure i prodotti dei pastori che, per necessità praticavano la transumanza, cioè il pascolo estivo delle greggi in montagna alternato a quello invernale condotto nelle zone di pianura.

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In settembre, infatti, gli ovini venivano portati verso i pascoli della Maremma ed in aprile iniziava il ritorno. D’estate il pascolo era in alta montagna e, per poterne usufruire, i pastori dovevano pagare una tassa detta “fida”, riscossa dal Camarlingo Comunale.

Le greggi erano organizzate in “masserie”, guidate da un “vergaio”, il quale era aiutato da altri pastori e da garzoni.

La vita dei pastori non era facile erano “…astretti a dura vita e relegati quasi, per dei mesi, dall’ umano consorzio, per la inclemenza del clima; ovvero cacciati dalla miseria come branchi di pecore alle plaghe insalubri delle maremme, al primo sciogliersi delle nevi tornano col canto e col sorriso sulle labbra al casolare natio, con le poche lire raggranellate menando una vita da cani, spesso con la malaria nel sangue e la febbre che li consuma” così diceva il dottor Lorenzo Borri nella sua guida “Cutigliano e il bacino dell’ alta Val di Lima, pagina 63”.

Il dottor Borri, nel 1888 per pochi mesi, fu medico condotto sulla Montagna Pistoiese. (Tratto da Daniela Corsini, “In paese del Melo” Cutigliano 2009)

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Ci sono testimonianze antiche che raccontano di quest’ultima attività.
 “Dalle cronache di ser Luca Dominici” riportate da Giancarlo Iori nel libro “Gli organi della pieve di Gavinana”, pagina 156
Qui si narra dell’assedio del castello di Gavinana, nel 1402, da parte dei Panciatici di San Marcello, Pistoia e di Firenze.
Secondo quanto riportato,  l’assedio iniziò il 27 Agosto e finì con il patteggiamento l’8 settembre.
Molto probabilmente gli abitanti di Gavinana avevano abbandonato il Castello poichè dovevano portare le pecore al “piano” (in pianura) per la transumanza. Infatti tornarono molti mesi dopo.
Gli assedianti entrati nel castello non  trovarono animali nè persone ma numerose provviste tra cui grano e diverse some di cacio pecorino “secco di quello di Chavinana”.

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Anche nel 1500 si registrano spostamenti stagionali di popolazione, come attesta il Pievano Magni di Popiglio nelle sue memorie e la destinazione è rimasta per secoli la stessa: la Maremma. (…) Nel Grossetano e nel Senese c’erano vaste aree destinate al pascolo e in queste zone i montanini portavano il bestiame ovino a svernare (…) Lasciavano la montagna in settembre e vi facevano ritorno in aprile. Rimaneva al paese solo quella parte di bestiame per il quale era sufficiente il foraggio secco raccolto.

Il maggior flusso transumante proveniva dall’alta Val di Lima, di minore portata era quello della Val di Limentra.

Il numero dei capi ovini era consistente: nel 1665 se ne contavano 59448, ma nel secolo successivo, nel 1769, secondo le Partite contratte dall’ Offizio dei Paschi, che gestiva i pascoli della Maremma Senese, se ne registrano 17775.

Da qui ebbe inizio per l’allevamento ovino la fase di declino, poichè si attuarono politiche sfavorevoli a questo settore: i prezzi dei pascoli divennero esorbitanti, alcune zone della Maremma furono soggette ad opere di bonifica per estendere le coltivazioni cerealitiche.

-… questo medesimo anno, 1567, il duca di Firenze Cosimo cavò fuora sopra questa nostra montagna di Pistoia una… gravezza sopra la carne… per la quale gravezza furono gravate buona parte de le famiglie di questa zona e fu posta iniquissimamente…-

-Inoltre gli uomini sono andati a guadagnarsi il pane in Maremma

ritornano carichi di debiti e non di guadagno- Firmato G.Piermei

Tratto da “Quaderni dell’emigrazione toscana” n.2, Regione Toscana di Gabriella Aschieri, Migrazioni dalla montagna

Anche “Napoleone fu interessato ad avere una buona lana ed invitò i pastori ad allevare pecore merinos, ma nessuno di loro rispose all’appello, perchè era più conveniente ad allevare pecore da latte con cui fare del formaggio, mentre si vendeva ugualmente bene la lana di poco pregio”, infatti in seguito al Blocco Continentale verso il Nord Europa, Napoleone invitò la popolazione ad incrementare o iniziare alcune colture e allevamenti. (ASCSM, documento del 17 maggio 1813. Fu esposta una sola pecora merinos in piazza di San Marcello per invitare gli allevatori a comprare i “merinozzi”.”La scarsità di esemplari fa sì di dovergliene spedire uno solo, non avendo calcolato l’amministrazione di Pisa giustamente quante sono le Mairies del Pistoiese.)

da storialocale 22, Quaderni di cultura moderna e contemporanea. Gabriella Aschieri, La vita quotidiana a San Marcello in epoca Napoleonica.

Nel 1800 Beatrice di Pian degli Ontani  fu definita da numerosi suoi estimatori poetessa-pastora. Ella aveva seguito più volte il padre in Maremma per aiutarlo nel suo lavoro. I suoi componimenti erano “rispetti”, cioè brevi poesie popolari in ottave, endecasillabe.

“O maggio bello ch’hai tanta possanza,

Che l’erbe secche le fai rinverdire,

Ai pastorelli fai mutare stanza,

Veso casa sua li fa venire.

Chi ama il pecoraro ama qualcosa…

Torna di maggio che pare una rosa:

Chi ama il pecoraro ama un bel fiore…

Torna di maggio che pare un signore”



(Ottave e rispetti raccolti da Tigri e Giannini, forse cantate da Beatrice. /”Storia del popolo” di F. Alexander, Quaderni d’Ortignano vol. 1)

Niccolò Tommaseo scrisse di lei: “Feci venire di Pian Degli Ontani una Beatrice, moglie d’un pastore, che bada anch’essa alle pecore, …donna di circa trent’anni che non sa leggere e che improvvisa ottave con facilità, senza sgarrar verso quasi mai”.

Questo, tanto per dimostrare che la pastorizia ed il cacio hanno fatto parte costantemente della vita della popolazione montana.

Di Beatrice scrisse anche Enrico Aldo Brizzi nelle sue “Visioni Montanine” nel 1913:

“Dei castagneti nel sereno incanto

vanno i pastori stornellando ancora?

-Giovanottino mi garbate tanto…

e -Fior di menta- e -Fiorellin di mora-.

Cantano, sì, ma la canzone è morta

come ogni cosa che fu bella muore!

L’eco non più di selva in selva porta,

Beatrice nostra, il tuo cantor d’amore.

Cantano, sì, ma il tuo cantar garbato

non ha lusinghe pe’ moderni cuori..”

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E il poeta Giuseppe Geri, di Gavinana, nella sua semplicità canta:

LA PARTENZA DELLE PECORE

Un fischio acuto, suona un campano,

è per la strada gran spolverio:

sono le pecore che vanno al piano,

una e poi l’altra belano addio.

Scendon al monte col cane in testa,

e tutto un tratto è un camminare.

Sembrano un mare pien di tempesta,

con onde torbe, con onde chiare.

Saranno mille, saran du’ mila,

son bianche nere, son grige e trucche.

E passa, passa l’immensa fila,

ci son cornute, ci sono zucche .

Nel mezzo al branco la fila s’apre,

entra un pastore, chiappa un agnello,

passano becchi, passano capre,

belando tutte con gran bordello.

Sognano i monti, sognan lo stelo

e le ginestre dai duri stecchi,

l’erba bruciata dal crudo gelo,

le foglie gialle sui rami secchi.

Partono tutte per le maremme,

a la stagione un pò meno acerba,

e vanno vanno, con passo lemme,

mangiando foglie, cavoli ed erba.

Poi torneranno di primavera,

sarann cresciute, saranno troppe;

e dietro dietro la lunga schiera

cammineranno pecore zoppe.

E gli agnelletti partiti allora

ritorneranno pecore fatte,

e presto presto, tra qualche ora

daranno lana, daranno latte.

Ritroveranno l’erba novella

e un pò di neve vicina al lago:

scorreva limpida fresca gorella,

lungo le reti fatte di spago.

Ritorneranno con lieto giorno

o forse l’acqua dal cielo cade;

saluteranno liete il ritorno

col grido lungo, lungo le strade.

Nel libro di Sergio Gargini, “Non son poeta e non ho mai studiato/cantate voi che siete alletterato”(**) (in cui l’autore presenta una ricerca sui canti popolari, sulla cultura e sulle tradizioni della montagna pistoiese, si incontrano numerose ottave in endecasillabi, dove i primi sei versi sono a rima alternata e gli ultimi due in rima baciata) possiamo trovare molti riferimenti alla pastorizia in questa zona.

NON SIAM COMICI NOI…(1900)

“Non siam  comici noi non siam dottori

nè filosofi e nemmeno letterati,

ma su questi Appennini si fa i pastori

per le valli, per i colli e per i prati…”

inf. Gioacchino Bugelli

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E SE NON SI PROTEGGE I CONTADINI (1900)

“E se non si protegge i contadini

del pane bono se ne mangia poco

poco latte di mucca e vitellini

la carne congelata piacve poco.

Poghi agnelletti e poghi li suini

prosciutto costa cento lire l’etto.

Se questo mondo non viene a cambiare

la poera gente non ne pol mangiare.”

inf.  Menica Ferrari

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Da “Poveri soldati”

(canto riconducibile, probabilmente, alla ribellione spontanea dei soldati -dopo l’annessione di Modena al Granducato Toscano con il Congresso di Vienna- contro le azioni di repressione verso le proteste da parte dei modenesi. Il brano fu inciso da Caterina Bueno nel disco “Canti popolari della provincia di Pistoia”)

“Non si vede persona

solo che un sol pastore

dove con grande amore

guida i suoi armenti…”

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Padrone e Contadino

sempre in ottave, raccolto  a Piano Sinatico

“…Tu t’intendi di pecore e di boi

di galline di polli e di maiali…”

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Pasquino

inf. Decimo e Coraggio Cinotti

“Ma anch’io dalla fame non avrò a morire

venderò vacche bovi e armenti

e poi con quelle quattromila lire

me la levo la ruggine dai denti

Due canti popolari tratti da “A memoria d’uomo, tradizioni e comunità nell’alta Val di Lima” Firenze, 1999 descrivono il capraino e il pastorino.

O CAPRAINO

O capraino, le capre ti vanno

giù per la strada della mia cerreta.

O capraino, te le accuseranno,

oppure ti faran grave contesa.

Una contesa di quattro parole:

o capraino, m’han rubato il cuore.

Tu porti calzoncin di due altezze,

ti chiami caprain rubabellezze.

Tu porti i calzoncin di mezza lana,€

ti chiami rubacuori alla tua dama.

LO PASTORINO

Lo pastorino quando va in Maremma,

lerolè lerolerò

si crede d’essere giudice o notaio:

la coda della pecora è la penna

e il secchio dello latte è il calamaio.

Quando lo fa per dir l’ Avemmaria

ti dice vieni qua pecora mia.

Quando lo fa per dire il Paternostro

ti dice vieni qua pecora al bosco.

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Nel 1869 nel suo “Le selve della Montagna Pistoiese” CantoIV pagina 69/70, Giuseppe Tigri scrive:

S’ode intanto pe’ monti di campani

E di belati interminabil suono

Che n’assorda il sentiero, e cui risponde

Entro de’ pecorili il chiuso armento.

E, qual di rubea croce, e qual di stella

Segnato il molle dorso, ecco l’imbranca

Il montanino e al mandrian l’affida;

Al mandrian che dalla lunga verga

su questi poggi di Vergaro ha nome. (…)

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TESTIMONIANZE SULLA LAVORAZIONE DEL LATTE

Due nonni hanno raccontato come si fanno il formaggio e la ricotta.

Il resoconto di Tommaso e Francesco.

 

“Il mio nonno Vasco ogni mattina e ogni sera munge le pecore manualmente. Al suo ritorno va nel laboratorio,  dove produce il formaggio,  e cola il latte in una grande caldaia; poi lo scalda per pochi minuti e aggiunge il caglio artificiale. Il caglio è un liquido che si compra in farmacia ed è un additivo chimico che serve a far rapprendere il latte. Un tempo era naturale.

(per i pecorini, infatti, veniva -e in molti casi viene- impiegata come caglio l’ultima cavità dello stomaco di un agnello o di un vitello lattante, chiamato abomaso. Questa parte dello stomaco era stesa ad asciugare nel camino per un anno intero. Quando serviva se ne prendeva la quantità necessaria che veniva tritata e macinata; ad essa erano aggiunti, talvolta, erbe o formaggio vecchio; infine si scioglieva il tutto in acqua e aceto. Il liquido così ottenuto veniva versato nel latte che restava sul fuoco dai 15 ai 20 minuti.(*))

Dopo un’ora, un’ora e mezzo, il nonno rompe, con una specie di grossa frusta, la cagliata che è il latte solidificato grazie al caglio. A questo punto lascia riposare, per pochi minuti, il composto. Poi aiutandosi con le mani e una grossa ramina tira su il formaggio che nel frattempo è sceso sul fondo della caldaia. Lo mette dentro le cascine, che sono contenitori di plastica bucherellati.

A quel punto il formaggio deve essere pigiato con le mani per far uscire tutto il siero e salato.

Tolto tutto il formaggio dal fondo, il nonno riaccende il fuoco per fare la ricotta; il siero rimasto dalla lavorazione del formaggio deve essere portato ad ebollizione. Per fare più ricotta, nonno, a metà cottura, ci mette del latte, circa un litro, che ha lasciato in precedenza. Quando il siero bolle si forma sulla superficie un composto bianco che è la ricotta. Con la ramina la tira su e la mette nei colini per farla sgocciolare. Il siero rimasto viene usato per fare il pastone alle pecore.

La differenza fra il rovaggiolo e il formaggio consiste nel fatto che il primo si ottiene prendendo la cagliata appena rotta con un colino, tirandola su e facendola sgocciolare. Quello che si ottiene è un prodotto molle che si mangia il giorno seguente con un pochino di sale. Il formaggio invece è un prodotto asciutto, che si mangia minimo dopo dieci giorni.” Da Zittelleggi 2014

Questo pastore fa il formaggio ancora a mano perchè ha un gregge piccolo.

L’altro, invece, ha più pecore e utilizza la mungitrice.

Dice che per ottenere un buon formaggio è necessario seguire una lunga procedura.

1-      Si mungono le pecore;

2-      il latte viene passato nel colino per eliminare eventuali impurità;

3-      Il latte raccolto viene messo il una caldaia (frigo) che lo fa girare e lo mantiene alla giusta temperatura;

4-      il latte viene spostato in un’altra caldaia dove inizia la vera lavorazione del formaggio;

5-      la caldaia viene messa su un fornello a scaldare;

6-      si misura con un termometro la temperatura del latte che deve raggiungere 31-32 gradi , poi si aggiunge il caglio;

7-      si lascia agire il caglio per circa un’ora e poi si rompe la cagliata con una specie di frusta da cucina;

8-      il composto viene mescolato;

9-      e poi riscaldato di nuovo, deve raggiungere i 30° circa;

10-  con un colino si raccoglie il formaggio cagliato e si versa negli stampi bucati per far uscire il siero;

11-  con le mani si preme il composto all’interno degli stampi fino a che il siero non è completamente fuoriuscito e il formaggio è compatto;

12-  a questo punto si gira il formaggio e di pigia dall’altra parte, sempre all’interno dello stampo;

13-  si mette a riposare e si aggiunge il sale; deve rimanere così per due giorni;

14-   si toglie dagli stampi e si mette a stagionare in una cantina apposita sopra tavole di legno;

15-  con il siero fuoriuscito dal formaggio si ottiene la ricotta. Da Zittelleggi, 2014

Attualmente sulla Montagna Pistoiese le pecore di razza massese, dal vello grigio piombo, con pelo lucido e corna scure a spirale, vengono allevate allo stato brado, portate al pascolo e alimentate con erbe spontanee in estate e con fieno, mais, crusca e avena in inverno. Le massesi vengono munte, in molti casi, a mano.

In molte aziende il latte crudo viene lavorato con tecniche antiche e naturali, tramandate da generazione in generazione, fino ad oggi. Il caglio liquido può essere di origine animale (come già detto stomacini di agnelli da latte) o vegetale (cardo selvatico).

Per produrre formaggio al latte crudo le temperature di lavorazione non devono mai superare i 40 gradi, al fine di mantenere intatte le proprietà nutritive e salutari delle vitamine e dei fermenti lattici vivi. Questa lavorazione determina reazioni enzimatiche che donano al pecorino una grande ricchezza aromatica e un gusto tipico e irripetibile. Per queste ragioni il pecorino a latte crudo della Montagna Pistoiese è un presidio Slow Food.

Le forme sono rotonde con una crosta abbastanza dura, liscia e di color paglierino o marrone, secondo la stagionatura. Questo pecorino viene mangiato fresco, con una stagionatura da 7 a 20 giorni, “abbucciato”, quando la forma inizia a formare la buccia e con una stagionatura da 5 a 12 settimane, o “stagionato” (da tre mesi a un anno), considerato “da asserbo”.

Tommaso ha chiesto a suo nonno anche informazioni circa l’allevamento delle pecore nel passato e lui gli ha raccontato che i suoi nonni e bisnonni per affrontare il viaggi della transumanza preparavano lo “SCOTTINO”, un piatto povero ma pratico e sostanzioso.

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Gli ingredienti erano:

PANE RAFFERMO

RICOTTA

SIERO O SCOTTA

Preparazione

I pastori prendevano una zuppiera capiente e pratica da trasportare, preparavano il pane a fette e mettevano a bollire la ricotta con la scotta. Una volta calda mettevano uno strato di ricotta sul fondo della zuppiera, sopra posiziovano uno strato di pane, poi continuavano alternando strati di ricotta fumante, senza farla sgocciolare, e pane. Continuavano finchè il recipiente non era pieno.

Il giorno dopo, quando lo mangiavano, lo scottino aveva l’aspetto di una zuppa. Era un piatto economico, nutriente e leggero.

“Ci sta come il cacio sui maccheroni!”

Alfonso Pisaneschi, canonico, ci racconta storie di vita, ci descrive persone e luoghi della montagna pistoiese agli inizi del ventesimo secolo. In alcuni racconti si narrano storie di pastori. In “Il leone sul sasso” il protagonista è un cane da pastore. Il racconto “Passan le pecore”, che narra la partenza delle greggi per la pianura, è interamente allegato alla fine di questo testo.

Anche Renato Fucini ne “Le veglie di neri”, del 1884, fa riferimento alla Montagna Pistoiese.

In “Vanno in Maremma” e “Tornano di Maremma” si parla della migrazione verso questo luogo, a quei tempi insalubre, e il ritorno al proprio paese. In particolare nel secondo si narra del ritorno dei pastori con le loro greggi.

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 Il Pane

Altro alimento fondamentale nell’alimentazione, per la sopravvivenza, della popolazione era il pane. Per fortuna il grano in montagna cresceva bene. Gli antichi abitanti montani “rubavano” spazio al bosco per coltivare il grano nelle case coloniche sparse nel territorio. Pensare che abbiamo letto in questi giorni che il consumo di pane ha raggiunto in Italia il minimo storico!   image

Secondo le rilevazioni della Coldiretti, nel 2014 si sarebbe arrivati al consumo record più negativo dai tempi dell’Unità d’Italia. Pare che l’utilizzo giornaliero sia sceso a 90 grammi, meno di due fettine sottili a testa!  image

Il calo del consumo viene da lontano. Se nel 1861 se ne mangiava 1,1 chilo, nel 1980 il pane consumato giornalmente era 230 grammi, nel 1990 era di 197 g, nel 2000 era di 180, nel 2010 era di 120 g, fino ad arrivare al record del 2014!

Le cause di ciò? In parte il calo di consumo è stato determinato da un cambio graduale dello stile di alimentazione e da un aumento dell’utilizzo di prodotti sostitutivi come grissini, cracker e pani speciali; in parte dal diffondersi di una cultura del non spreco, buona parte degli italiani mangiano il pane avanzato il giorno prima e utilizzano il pane raffermo per la preparazione di altre pietanze. “Sembra un ritorno al passato!” hanno commentato i ragazzi.

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“Se non è zuppa è pan bagnato!”

“Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame!”

“Prendere pan per focaccia!”

“Crescere a pane ed acqua!”

“Essere come pane e cacio”

“Ogni pane ha la sua crosta!”

“Non è pane per i tuoi denti!”

“Non è buona la focaccia se la farina non si staccia!”

“Più vale un pan con amore che un cappone con dolore!”

“Con la sola farina non si fa il pane”

(Proverbi della nostra memoria)

Recitano alcuni proverbi  o filastrocche per bambini, molto popolari.

Cecco Bilecco

infilato in uno stecco,

lo stecco si rompe

e Cecco va sul monte,

il monte si rovina

e Cecco va in farina,

la farina si staccia

e cecco si sculaccia.

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Tista e la serva

inf. Oliva Vergari

“…Dice il Prete alla serva:

ma se tu prendi Tista

farai una vita trista e tribolata

polenta e farinata

la sera e la mattina…”(**)

FARINATA di grano

Ingredienti

5 cucchiai di farina

acqua e latte (a piacere o per necessità)

sale

Come si fa

Si spenge la farina in latte e/o acqua, si aggiusta di sale. Si mette a cuocere finchè non raggiunge una consistenza gradevole e giusta per essere gustata.

La farinata veniva offerta alle puerpere durante l’allattamento in quanto si diceva che “faceva latte”.

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Il prete che bacchettò la serva

inf. Marcello Burattini

“…Non vi conosco ma sarà lo stesso

mettetevi qui a tavola a sedere

e intanto che è finita no’ è la messa

e la Novena non si può vedere

c’è il caffè

se lo volete

e altra roba se chiedete

qui c’è di tutto

PANE, VINO, FORMAGGIO e del prosciutto”(**)

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Che mangerà la sposa

inf. Teresa Cinotti

“… che mangerà la sposa l’ottava sera

otto pentole di pan cotto

mezzo crudo mezzo cotto…”(**)

PANCOTTO di nonna Borgognoni

Ingredienti
Pane raffermo
4 spicchi d’aglio
salvia
1 litro di brodo vegetale olio extra vergine d’oliva
sale
parmigiano grattato

Come si fa

In una pentola si fa bollire il brodo con aglio e qualche foglia di salvia.
Si unisce il pane tagliato a fettine sottili e si lascia cuocere lentamente per 15 minuti.
A fine cottura si aggiungono il sale, l’olio e il parmigiano…ma prima, di sicuro, era pecorino.

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Il grano e le castagne secche dovevano essere macinati per far la farina. Da un documento del 1838 risultavano presenti, solo nel Comune di San Marcello, ben 24 mulini!

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Il primo pane conosciuto fin dalla preistoria era una galletta non lievitata, impastata con acqua e cereali macinati in modo grossolano e cotta con ceneri calde o su pietre roventi.

La macinatura a mano, fra due mole di pietra è sopravvissuta a lungo sulla montagna pistoiese. I mulini erano a acqua. Nella valle dell’Orsigna è stato ristrutturato e reso funzionante un vecchio molino ad acqua, “IL MOLINO DEL GIAMBA”. QUESTO FA PARTE DELL’ITINERARIO DELLA VITA QUOTIDIANA DELL’ECOMUSEO DELLA MONTAGNA PISTOIESE e può essere visitato: ecomuseo@provincia.pistoia.it

In passato “ogni famiglia, o gruppo di famiglie, possedeva un forno nel quale cuocere il pane fatto con la propria farina.

Il forno era spesso dentro casa, in cucina vicino al camino; a volte  era sistemato in uno spazio particolare della casa, a pian terreno, e veniva utilizzato anche per la preparazine del formaggio e della ricotta. Quando il forno era acceso, si sfruttava il calore per cuocere fagioli, castagne, mele… per fare la focaccia all’olio o con l’uva (quella che poteva essere coltivata in montagna, resistente al freddo)…

Di norma il pane si preparava una volta la settimana o meglio, come si usava dire, “ogni otto giorni”. Per una decina di persone occorreva cuocere dai venti ai venticinque pani alla volta, per lo più rotondi e del peso di due chili ognuno.

Il giorno precedente si preparava la legna necessaria a scaldare il forno e si riempivano d’acqua le MEZZINE (brocche di terracotta o rame); l’acqua in casa non c’era e bisognava attingerla al pozzo o alla fonte più vicina.

La sera si metteva il FORMENTO (lievito) a rinvenire in una pentola con acqua calda perchè gli otto giorni trascorsi in un angolo della MADIA, mobile nel quale veniva riposto il pane a lievitare, lo aveva fatto indurire.

La madia

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Poi un po’ di farina veniva unita al formento disfatto e impastata bene bene. L’impasto infarinato era riposto nella madia e su di esso veniva fatta con il dito una croce da un lato all’altro… insomma si preparava il lievito!.

Quando la stagione era fredda si metteva vicino alla madia uno scaldino per aiutare l’impasto a lievitare.

La mattina dopo ci si alzava presto, si metteva l’acqua al fuoco in un paiolo di rame per farla scaldare e con essa impastare il pane. Si stacciava la farina necessaria.

Si preparava la dose d’acqua che serviva, stemperando in una pentola quella calda attinta dal paiolo con altra fredda sgorgata dalla mezzina, e la si versava, un po’ alla volta, sulla farina distesa per tutta la superficie della madia. Si cominciava a impastare intorno al formento preparato la sera prima. Lavorando con le mani, si continuava a lavorare l’impasto facendolo assodare sempre più.

Poi, dalla massa impastata, si staccavano i pezzi da cuocere e si mettevano su un’asse di legno, appoggiata sulla tavola, ricoperta da un telo e da una spruzzata di farina. Poggiata la prima forma si faceva una piega ondulata al telo per divederla dalla seconda. In inverno, per favorire la lievitazione, si poneva un braciere sotto la tavola sulla quale erano appoggiate le assi e si teneva chiusa la porta della stanza. In estate il pane lievitava più rapidamente, in circa un’ora, in inverno ci metteva anche il doppio. Mentre la pasta lievitava si portava a temperatura il forno, si spostava di lato la brace con un palo di legno (chiamato FRUCATOIO O RABBIELLO O TIRABRACE), si  spazzava bene (con lo SPAZZOLO, una granata di scopa); si faceva in modo di creare anche un vortice d’aria che facesse volare ai lati la cenere rimasta. Si chiudeva il forno; successivamente, con una pala si posizionavano i pani, i primi si mettevano lontano dalla brace, gli ultimi più vicino così da bilanciare il calore per la cottura.

Sistemato tutto il pane si chiudeva l’apertura del forno. Si riapriva per controllare  la cottura e dopo mezz’ora si giravano velocemente i pani così da farli cuocere bene su entrambi i lati e per staccarli, eventualmente, l’uno dall’altro.

Terminata la cottura si tiravano fuori con la pala e si ripulivano, con una spazzola di saggina, dalla cenere, dalla farina sbruciacchiata e dagli, eventuali, pezzetti di carbone. Quindi si disponevano ritti sull’asse, appoggiati l’uno all’altro.

Come abbiamo detto, con il forno acceso si preparava anche della focaccia che si cuoceva in metà tempo e poteva essere mangiata subito, mentre si aspettava che il pane fresco raffreddasse e diventasse più digeribile.”

(*)Tratto liberamente dalla tesina di Lara Bizzarri, LA CULTURA CONTADINA IN MONTAGNA, Istituto Alberghiero di Montecatini.

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Nel tempo si sono presentate carestie, anni in cui grano e castagne non erano sufficienti  alla soddisfazione dei bisogni alimentari della  gente di montagna. In quei momenti  la ghianda (mangiar de’ porci, si diceva), il lupino, il radicchio selvatico, i semi dell’abete, l’asparago selvatico, la nocciola, la zucca, i vari legumi… e, in generale, tutte le radici componevano l’incredibile serbatoio di ingredieni che bolliti, essiccati, pestati, setacciati, ridotti in farina, potevano diventare un incerto e approssimativo pane, vagamente affine a quello del frumento (P. Camporesi, Il pane selvaggio, Ed. Il Mulino, 1983)

“Pane, noci e fichi secchi, ne mangerei parecchi”

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Con la farina di frumento si preparavano i dolcetti del carnevale: “cenci, castagnole e ciancalò” “Il ciancalò era un pupazzetto fatto di pasta di pane con le braccia aperte e con le gambe ben arcuate, a cui al posto di occhi, naso e bocca si mettevano dei pezzetti di carbone”

da “Fattecosiècche…” di Giuseppe Mucci.

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Parlando con i bambini del passato sulla nostra montagna, abbiamo deciso di chiedere ai nonni quali fossero i cibi che mangiavano quando erano piccoli.

Ecco alcune ricette ricordate dai nonni e dai bisnonni.

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Pagnone (pammolle) di nonna Laura

Ingredienti
2 fette di pane toscano alte circa due cm
olio extra vergine d’oliva
formaggio grattato (pecorino?)
acqua e sale

Come si fa
Far bollire l’acqua con il sale.
Quando bolle, spengere ed immergervi, per due-tre minuti, le fette di pane.
Scolare e condire con olio e formaggio

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Berlingozzo di nonna Giovanna

Ingredienti

4 etti di farina

2 etti di zucchero

3 uova intere

1/4 di litro di latte

250 g di olio extra vergine d’oliva

un limone biologico

una bustina di lievito

granelli di zucchero

Come si fa

Si montano 3 uova intere con 2 etti di zucchero;

quando il composto è ben gonfio, si aggiungono 400 grammi di farina, 1/4 di litro di latte e 250 grammi di olio di oliva;

si amalgamano e si aggiungono la buccia grattugiata di limone e una bustina di lievito.

Si versa il tutto in una teglia unta e si cuoce nel forno caldo per circa 45 minuti.

Si decora con granelli di zucchero.

Il Pan Dolce (panatino), nonna di Ilenia

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INGREDIENTI
Farina bianca e integrale
zucchero
uvetta
fichi
noci
ramerino (rosmarino)
un pizzico di lievito

Come si fa

Mischiare le farine, lo zucchero, l’uvetta e i fichi insieme con dell’acqua.
A parte rosolare in olio d’oliva il ramerino e le noci, poi unire tutto all’impasto.
Far lievitare per un paio d’ore.
Mettere in forno, possibilmente a legna, per 40 minuti a 180°.

I cenci, nonna di Ginevra

Ingredienti

300 g di farina

una mezza bustina di lievito

4 uova

70 g di zucchero

zucchero al velo

50 g di burro fuso

un po’ di vin santo

un pizzico di sale

la buccia grattata di un limone

olio

Come si fa

Versare sulla spianatoia la farina, il sale, lo zucchero, la scorza del limone e il lievito, mischiare.

Formare una conca nella farina e rompervi le uova insieme al burro fuso e al vin santo.

Impastare il tutto fino ad ottenere un prodotto solido.

Stendere l’impasto molto finemente, magari utilizzando la macchina per la pasta.

Tagliare la striscia in rombi o nella forma che si desidera, friggerli in olio abbondante e bollente.

Spolverare con lo zucchero al velo

I mattugi di nonna Eugenia e nonna Livia

Ingredienti

un cavolo nero
400 g di fagioli borlotti
3 patate
3 carote
un gambo di sedano
una cipolla
500 g di farina di mais
olio extra vergine d’oliva
aglio
ramerino

Come si fa
La sera prima mettere a bagno i fagioli borlotti in una bacinella piena d’acqua.
Fare un soffritto con aglio e ramerino, tagliare a pezzetti le verdure e unirle al soffritto, aggiungere un po’ d’acqua e lasciar cuocere. Dopo circa mezz’ora aggiungere la farina di mais e lasciar cuocere. Se necessario, aggiungere altra acqua calda.
Servire caldo oppure lasciar raffreddare in un piatto.
Se ne avanza, tagliare la polenta con le verdure a strisce di tre centimetri e friggere nell’olio.

SE NEL PIATTO, O IN UNA TERRINA DI COCCIO, METTIAMO IL PANE, A PIACERE ABBRUSTOLITO O NON, E LO RICOPRIAMO CON LA ZUPPA DI VERDURE OTTENIAMO LA ZUPPA DI PANE, CHE è BUONA SUBITO MA ANCHE RISCALDATA IL GIORNO SUCCESSIVO.

La panzanella di nonna Maria

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INGREDIENTI

Pane raffermo
un cetriolo
un pomodoro
tre foglie di insalata
mezza cipolla
dieci fogli di basilico
sale e pepe
olio extra vergine d’oliva
acqua
aceto
(aglio e due scatolette di tonno per insaporire, se piace)

COME SI FA

Ammorbidire il pane in acqua fredda, strizzarlo e metterlo in una terrina.
Fare a pezzetti le verdure, aggiungere sale e pepe.
Amalgamare il tutto, aggiungere olio, aceto e aglio intero.
Far riposare in frigo per alcune ore e servire

Le Polpette di nonna Flo

INGREDIENTI

Pane raffermo
prezzemolo
due uova
formaggio (parmigiano reggiano o, in passato, pecorino)
sale e pepe
latte
farina di grano
olio extra vergine d’oliva

Come si fa

Ammorbidire il pane raffermo con il latte.

Tritare il prezzemolo e grattugiare il formaggio.
Strizzare il pane per far uscire il latte in eccesso, unire le uova, il prezzemolo, il formaggio e un pizzico di sale.
Amalgamare gli ingredienti in modo da ottenere un composto morbido ed omogeneo.
Con le mani formare delle polpette, infarinarle e friggerle in olio extra vergine d’oliva per 5/8 minuti per ogni lato o finchè non risultino dorate.

Incavolata di nonna di Linda

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Ingredienti

Fagioli borlotti
cavolo nero
odori (salvia, aglio, cipolla, sedano, carota)
salsiccia
farina gialla (o pane)

Come si fa

Mettere al fuoco i fagioli con aglio e salvia.
Nel frattempo si prepara un soffritto con gli odori tritati, si aggiunge la salsiccia e il cavolo nero tagliato a listarelle.
Infine si aggiungono i fagioli con la loro acqua (un po’ si lasciano interi e un po’ si passano al passaverdure). Si aggiunge la farina gialla e si gira il tutto per circa mezz’ora.
Si serve calda o tiepida.
E’ un piatto molto buono e nutriente.

Col pane, diventa una classica zuppa.

Torta di pane della nonna Maria

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INGREDIENTI

Pane raffermo, circa 220 grammi
pane grattato, una spolverata
650 grammi di latte
7 cucchiai di zucchero
scorza grattugiata di un limone (biologico)
mandorle o noci sminuzzate
4 mele
1/3 di bicchiere di liquore a piacere
una noce di burro
uvetta sultanina
prugne secche, qualche pezzo

Come si fa

Mettere l’uvetta in acqua tiepida. Tagliare il pane a fette sottili e metterlo in una terrina con il latte, 4 cucchiai di zucchero e la buccia del limone.

Mescolare con il cucchiaio, sminuzzando il pane per rendere l’impasto omogeneo.
Far riposare per 20 minuti.
In un altro recipiente tagliare le mele a pezzi, aggiungere 2 cucchiai di zucchero, le prugne, l’uvetta e il liquore, lasciando insaporire per 10 minuti.

Mettere poi tutti gli ingredienti insieme.
Imburrare una teglia e spolverare con il pan grattato e il cucchiaio di zucchero.
Versare l’impasto e stenderlo in uno strato omogeneo.

Ricoprire con fettine di mele e infornare a 180° c per circa un’ora.
E’ una torta fantastica per la colazione o la merenda.
Si conserva in frigo per 3 o 4 giorni.

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Pane e formaggio di nonna Maura

Ingredienti

Pane

formaggio

olio extra vergine d’oliva

latte

Come si fa

Abbrustolire il pane.

Prendere il latte e ammollarci il pane.

Metterlo in forno con l’olio.

Metterci sopra il formaggio e farlo sciogliere.

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Pappa al pomodoro di nonna Paola

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INGREDIENTI

7/8 etti di pomodori maturi (anche una bella confezione di pomodori tagliati a pezzettoni può andar bene);

aglio, cipolla, peperoncino;

basilico

pane sciapo toscano, raffermo, circa 3 etti;

sale, pepe, olio extra vergine d’oliva;

brodo vegetale (o come ce l’avete)

Come si fa

Se si utilizzano pomodori freschi, togliere la buccia, buttandoli qualche attimo in acqua bollente, e farli a pezzettini.

Intanto, “far andare” nell’olio la cipolla, l’aglio (naturalmente fatti a fettine) e il peperoncino.

Aggiungere il pomodoro. Se necessario mettere un po’ di brodo e far cuocere per una quindicina di minuti, mettendo anche il sale e il pepe.

Unire il pane raffermo fatto a pezzetti con le mani, girare bene, e mettere il brodo. È necessario girarlo spesso perché rischia di attaccarsi.

Far cuocere per una mezz’oretta e verso la fine aggiungere il basilico spezzettato con le mani.

Servire con un goccio d’olio a crudo e qualche foglia di basilico fresca.

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La bruschetta di nonna Norma

INGREDIENTI

 fagiolini verdi

sale

pane toscano raffermo

olio extra vergine d’oliva

aglio

aceto

COME SI FA

Pulire i fagiolini e lessarli

Tagliare il pane, preferibilmente raffermo…

Abbrustolirlo, strusciarlo con l’aglio…

…e immergerlo velocemente nell’acqua di cottura dei fagiolini.

Sistemarlo in un piatto di portata. Salarlo e condirlo con l’olio.

Tagliare e condire i fagiolini con olio, sale e aceto.

Metterli sopra il pane.

Mischiare, spezzettando il pane.

Lasciare ad insaporire e mangiare.

Il Pammolle con l’uovo di nonno Alberto

INGREDIENTI

Pane raffermo

brodo

olio extra vergine d’oliva

sale

parmigiano grattugiato, ma prima si usava il pecorino.

un uovo

Come si fa

Cuocere il pane raffermo nel brodo.

Metterlo nel piatto e buttarci l’uovo (l’albume si rapprende con il caldo).

Condire con olio e formaggio.

Necci di farina di grano di nonna Corinna

Ingredienti

Farina di frumento

acqua e latte

a piacere: rigatino o formaggi pecorini freschi

Come si fa

Si spenge la farina in acqua e latte, fino ad avere una consistenza nè troppo liquida nè troppo dura, insomma deve stare sui testi con i quali si fanno i necci. Si procede come se facessimo un neccio di farina di castagna: si mette la crema su un testo e poi si schiaccia con l’altro. Quando è ben cotto e caldo si mette il rigatino o il formaggio e si arrotola.

IL PANE FRITTO di nonna Ciatti

Ingredienti

Pastella avanzata, composta da uovo, acqua e farina.

fette di pane raffermo

olio per friggere.

Come di fa

Si immergono le fette di pane ad una ad una, velocemente, nella pastella e si mettono a friggere nell’olio caldo.

SI MANGIANO BEN CALDE.

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Pane e caffellatte

Pane toscano abbrustolito

caffè e latte

zucchero

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TANTE BUONE E SANE MERENDE CON IL PANE

“La merenda non è un pasto da prendersi sul serio, è cosa da bambini, da ragazzi, si fa quasi per gioco, per stare insieme, per farsi compagnia… Io ricordo le mie merende di oltre mezzo secolo fa” scrive Lidia Baldassarri nel suo libro “Con gli occhi e col cuore”, Edizioni Settergiorni, Pistoia – 1995(***) “Dividere un frutto sotto un albero era una gioia profonda. Ciò che si mangiava non costava un gran che, ma aveva il sapore dell’aria e del vento di stagione”

Lidia narra che a maggio i bambini mangiavano pane e ciliegie; a giugno c’erano le fragoline, a luglio e agosto c’erano il pane e il pomodoro; ad agosto iniziavano anche i piuri (o baggioli o mirtilli) conditi con vino e zucchero. A settembre arrivavano i fichi “che si potevano spiaccicare sulla fetta di pane”, poi c’erano le pere che si gustavano con pane e pecorino… Ad ottobre cadevano le noci che insieme al pane erano una delizia! In autunno maturavano loti, mele ruggini e castagne. In inverno “si ricorreva a pane e marmellata, ai necci riscaldati, a pane e olio, a pane vino e zucchero”.(***)

– Pane toscano affettato, zucchero bianco e vino rosso (dilito con un po’ d’acqua);

– Pane toscano affettato, acqua e zucchero;

– Pane, olio extra vergine d’oliva e sale (aceto se piace);

– Pane toscano, pomodoro (strusciato sul pane olio extra vergine d’oliva e sale;

– Fettunta, pane toscano abbrustolito, aglio (strusciato sul pane), olio extra vergine d’oliva, pepe e sale;

– Pane toscano, burro e zucchero;

– Pane toscano, burro e sale;

– Pane e marmellata;

– Pane e frittata;

– Pane, formaggio e pere;

– Pane e uva;

Focaccia con l’uva

Allegato 1- Alfonso Camporesi “Su i monti pistoiesi, quadri e figure dal vero”, Licinio Cappelli, 1914 – “Passan le pecore”

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Le foto, della metà del 1900, sono state prestate dalla famiglia di Ilenia  Castelli. Grazie!

Un grazie a tutti i nonni e nonne che hanno aiutato i bambini a scoprire un tempo e cibi passati… e a Gabriella Aschieri, mia grande insegnante delle Medie, che, invece, ha aiutato la maestra!

Il lavoro (è un po’ di appunti che dovevano restare segreti)

Con i ragazzi abbiamo cercato di scoprire un mondo che, in gran parte,  ormai anche i nonni non sono in grado di raccontare.

Molto utile è stata la lettura di alcuni dei racconti di Alfonso Pisaneschi. Gran parte delle attività sono date svolte in piccolo gruppo; i ragazzi hanno letto, discusso fra loro e presentato il lavoro ai compagni… Ecco alcuni degli appunti presi per descrivere meglio ciò che ogni gruppo desiderava comunicare agli altri.

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Orsigna “Ombelico del mondo”- Classe quinta

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Il 13 maggio, insieme ai bambini della quinta di Campo Tizzoro, siamo andati a visitare e disegnare il paese di Orsigna, all’interno di “ORSIGNA, Toscana, ombelico del mondo”,  iniziativa  collegata alla “Festa della Toscana 2014”. Filo conduttore della “Festa della Toscana”, del 2014, è stato il “Guardare oltre” inteso soprattutto come impegno ad andare oltre i confini, le abitudini, le convinzioni, per rendere sempre di più la Toscana una “terra del mondo”.

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ABBIAMO PASSATO UNA GIORNATA DAVVERO BELLA E PIACEVOLE.

 Ecco i nostri disegni:

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Un saluto ai bambini di Campo Tizzoro, a settembre saremo alle scuole medie insieme!

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27 gennaio 2015 – E’ importante ricordare

I bambini hanno raccontato ciò che sapevano della Shoah, dei campi di concentramento, dello sterminio di milioni di persone, non solo ebree,… hanno parlato dei film e documentari che avevano già visto a casa.

Abbiamo discusso tutti insieme.

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C’è un paio di scarpette rosse

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Disegno di Andrea, classe terza

!!!!!

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove

a Buchenwald.

Erano di un bambino di tre anni e mezzo

chi sa  di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini,

anche i suoi piedini

li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro

per l’eternità

perchè i piedini dei bambini

morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse

a Buchenwald

quasi nuove

perchè i piedi dei bambini morti

non consumano le suole.

J. Lussu

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ABBIAMO CANTATO “AUSCHWITZ”

Testo di F. Guccini

Canta “Il Lupo” (da “Pistoia canta Guccini” per il Meyer)

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Son morto con altri cento
Son morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.Ad Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano, non riesco ancora
A sorridere qui nel vento,
A sorridere qui nel vento

Io chiedo, come può un uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento,
In polvere qui nel vento.

Ancora tuona il cannone,
Ancora non è contenta
Di sangue la belva umana
E ancora ci porta il vento,
E ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà,
E il vento si poserà.

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà,
E il vento si poserà.

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